Terremoto, esenzione ICI e senso d’impotenza

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Mi sveglio.
Sono le sei.
Non riesco a riaddormentarmi.
Allora, mi alzo esco.
E’ ancora buio.
Entro in un vicolo.
Il fetore che arriva da lì è tremendo come quando, per strada, fai un passo e il tuo piede scivola invece di posarsi, e capisci subito che quella cosa scivolosa è una schifezza, prima ancora di sentire l’odore della merda di cane che dovrai scavarti via dalla suola della scarpa.
Vedo un bar, appena aperto.
Entro.
Ordino un caffè.
Mi siedo a un tavolo.
Di fronte a me la tivvù sta parlando del terremoto di ieri.

Duecento morti accertati e 1.500 feriti.

Questo l’ultimo bilancio delle vittime del terremoto che ieri mattina ha colpito la provincia dell’Aquila.

La stima è di fonti sanitarie.

Un bilancio che, secondo le stesse fonti, è quasi certamente destinato ad aggravarsi ulteriormente.

Tra le vittime anche diversi bambini.

I feriti sono stati dislocati negli ospedali abruzzesi e in nosocomi fuori regione.

Spaventoso il numero degli sfollati.

“Stiamo dando assistenza ad almeno 20-25 mila persone”, ha riferito in serata Bernardo De Bernardinis, vicecapo dipartimento operativo della Protezione civile. Ma è “difficile fare una stima del totale degli sfollati. C’è bisogno di almeno 48-72 ore, anche per le verifiche relative all’agibilità”. Tuttavia, la stima dei 50.000 sfollati, secondo De Bernardinis, “potrebbe essere realistica”.

Quanto alla situazione relativa all’energia, al gas e alla luce, “c’è stata una sorpresa positiva, in quanto sono scesi i distacchi di energia a circa 4.000 dai 20.000 iniziali”.

Un esperto lo aveva detto, che stavolta sarebbe stato diverso, ma nessuno gli ha creduto: e d’altra parte pare che la sua sia stata solo fortuna, se di fortuna in questa storia si può parlare.

Il terremoto s’è mangiato le case, i paesi, le persone.

Onna, borgo di 500 persone, non c’è più.
Improvvisamente la porta del bar si spalanca, ed entrano un paio di avventori mattinieri come me, gettandosi alle spalle mozziconi di sigarette.
Odorano di fumo e di aria fredda.
La luce nel vicolo, da nera, sta diventando blu scuro.
Da lontano riecheggia il mormorio d’oceano del traffico.
L’ora di punta mattutina.
Leggo un giornale che si trova sul banco.

Vengo così a sapere che è caos sull’esenzione Ici prima casa.

Si avvicina il momento di pagare l’Ici e l’incertezza è grande. La gestione dell’Ici 2009 rischia di creare notevoli problemi ai contribuenti.

A parte la vera e propria abitazione, sulla quale è pacifico che la tassa non si paga, ci sono poi tutti gli immobili assimilabili alla prima casa sui quali i Comuni stanno andando in ordine sparso.

C’è chi decide di escludere i garage o chi elimina ogni equiparazione, per esempio la casa data a titolo gratuito ad un figlio.

Inoltre l’interpretazione restrittiva del Dipartimento delle Finanze sta creando reazioni diverse fra i Comuni, e ci sono Comuni che addirittura stanno chiedendo indietro ai cittadini quanto non pagato lo scorso anno perché lo scorso anno questi Comuni avevano riconosciuto l’esenzione del pagamento dell’imposta su immobili che invece erano tassabili, secondo la nuovissima interpretazione delle Finanze.

Ma senza arrivare a chiedere i soldi dello scorso anno comunque per il 2009 si preannuncerebbe un conto Ici più pesante per i cittadini.

Infatti vari Comuni considerano esenti dall’ICI solo le abitazioni principali che sono dimora abituale del proprietario.

Che caos!

Basta, prendo il caffè ed esco.
Passeggio sul lungomare.
Arrivo al Pontile.
Durante il percorso dal Pontile al Porto, il tempo cambia.
Il vento monta e nuvole scure prendono a calcare il cielo della sera.

Quando arrivo al Pontile, vedo le onde abbattersi contro i frangiflutti mentre la spuma turbina sopra la carreggiata in grossi ciuffi bianchi.
Mi appoggio sul balconcino del belvedere.
Penso a quando ero ragazzo.
Alla Garbatella.
Rientravo dall’Università, stanco.
Allo stesso tempo avevo la sensazione di essere atteso, che sarei stato accolto da un cenno soddisfatto di mio padre, seduto con un libro nella poltrona, salutato con un sorriso affettuoso da mia madre, in piedi sul ballatoio con i gomiti poggiati al parapetto, e dalla tacita approvazione di mio nonna Jole che, voltata di spalle, sistemava i piatti.
C’erano tutti membri della famiglia Pulimanti, nella polvere sui ripiani, nelle ombre tra i mobili e nell’aria, che si spostava riluttante quando la porta di casa si apriva.
Penso a Collevecchio.

Un paese molto tranquillo.
Lì, certe volte mi sorprendo ancora ad ascoltare il silenzio.
Lì, mi illudo di sentire le voci dei miei nonni.
E’ un attimo di speranza che pago con una fredda delusione, e che si dirada con il passare del tempo e lo sbiadire dei ricordi.
Meglio non guardare più solamente al passato e a ciò che ho perduto.
Conviene guardare, invece, al presente e al futuro.

E va bene.

Sono un pendolare di Ostia.
Frustrato.
Certo non c’è da essere sconsolati.
Ho un bel lavoro, molte relazioni sociali e affettive.
Alcune importanti.
Come l’amore per la mia famiglia.
E mi resta ancora un pò di tempo per rimediare al resto.
A volte, io e Simonetta sappiamo esattamente quali tasti toccare per far perdere le staffe l’uno all’altra, e la difesa diventa presto attacco una volta che le parole hanno preso l’abbrivio.
Riprendo a camminare.

Come un vecchio.

Metto un piede davanti all’altro: un lento, regolare trascinarmi.
Riesco a malapena a mettere un piede davanti all’altro.
In mezzo alla gente.
La gente come me.
Quelli che stanno a poche fermate dalla mediocrità, quelli dei desideri irrealizzabili, e la cui realtà non é certo desiderabile.
Quelli che invidiano, ma lusingano, quelli che non vuoi conoscere, che soltanto parlarci ti sembra una perdita di tempo.

Quelli che spuntano da qualche parte, ridendo alla battute che non hai neanche ancora fatto.
Quelli che ti fanno pena e che odi, quelli che temi e che in parte ti affascinano, quelli che potresti essere tu, e viceversa: sono loro la causa di sensi di colpa, rabbia e frustrazione, conflitto interno, distorsioni di personalità, manie di grandezza, paranoia, megalomania, incubi, problemi di abuso di sostanze e persino dell’emicrania.
Dovrei cambiare atteggiamento.
Dovrei affrontare la realtà, modificare il mio atteggiamento e guardare da un’altra parte.

Ma non lo farò.

Non posso farlo.

Non ancora.

Laureato. Specializzato. Sottopagato.
Tra pochi anni mi congederò con la mia brava pensione statale.
Sono dispiaciuto.
Il mio fallimento.
Mi sento disintegrato.
Mi sento come se fossi stato preso a botte fino allo sfinimento.
Ci sono pezzi di me che continuano a cadere.

Scoppio a piangere lacrime meritate e, in un certo senso, benefiche.

Scritto da Mario Pulimanti

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