Povia a Sanremo con “Luca era gay”

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Stasera mi sento di schifo.
Un perfetto idiota.
Ormai sono maturo per qualche ospedale psichiatrico per lungodegenti.
Gabriele mi consiglia di riposarmi, finendo di parlare con un sorrisetto.
Liturgia.
Alzo le spalle.
Tanto sono sicuro che non servirebbe a nulla.
Grazie al cielo a Sanremo c’è Roberto Benigni.
Così mi limito a sedermi davanti alla TV ad aspettarla e, detto per inciso, a godermi lo spettacolo.
Sono sicuro di aver piazzato il colpo mortale alla tristezza.
Giusto.
Ogni tanto ho l’impulso di cambiare canale, dopo aver ascoltato canzoni belle, canzoni ballabili basate su ritornelli accattivanti e canzoni bruttine ma cantate da famose star, quando eccolo arrivare sul palco dell’Ariston.
Roberto Benigni: un grandissimo talento unito ad una vivace intelligenza.
Inutile dire di più.
Termina di recitare.
Rimango in silenzio ancora per qualche minuto, poi rimetto a posto il cuscino del divano e mi alzo.
Uscendo dalla sala da pranzo, mio figlio Alessandro mi chiede cosa ne pensi di Povia.
Non so cosa rispondergli.
Ho ascoltato la contestata canzone “Luca era gay”, la storia di un omosessuale che diventa eterosessuale.
Mah…Povia racconta semplicemente una storia di confusione, ed è anche apprezzabile sul piano musicale, ma Sanremo è un amplificatore tremendo e distorcente.
Quindi ci sono state manifestazioni antipovia da parte di associazioni gay e del “Comitato di liberazione da Povia” che ritengono il testo offensivo.
“I diritti non si barattano per quattro soldi: venduto”. “L’unico malato sei tu”. “Benigni, coraggio: schierati contro l’omofobia”.
A sollevare i primi cartelloni anti-Povia davanti all’ingresso dell’Ariston sono stati alcuni rappresentanti della federazione giovanile dei Comunisti italiani.
Dichiarazioni attribuite a Povia in interviste a varie riviste in verità non hanno facilitato la distensione.
Sabato, poi, sarà la volta della manifestazione dell’Arcigay.
Vabbè, però ritengo eccessivo tutte queste polemiche su una semplice canzone.
I problemi sono ben altri, come quelli affrontati da Benigni che a un certo punto del suo bell’intervento ha detto che “gli italiani non hanno bisogno della certezza della pena, bensì della certezza della cena”, alludendo chiaramente alla continua perdita d’acquisto dei nostri salari.
Poi spengo le luci e vado a letto.
A dormire, o a provarci.
Nella penombra, penso a tante cose.
Penso che mi è piaciuta più la canzone di Marco Carta di quella di Povia.
Cavolo, non sarò mica gay?

Scritto da Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

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