Buongiorno a tutti,
mi chiamo Simone Bettosi, sono un architetto al primo step, o come mi ha voluto descrivere la commissione, sminuendo così la fatica fatta nel superare i 30 esami della triennale, Dottore in Tecnica dell’edilizia.
Fin dalle superiori ho studiato la storia dell’arte in tutte le salse, dal generale allo specifico,dal primordiale ai giorni nostri e da sempre mi sono tenuto in testa un pensiero, esposto per altro ad un esame di arte moderna…ma questo lo vedremo dopo.
Studiando e ristudiando le varie epoche, con i vari professori e di conseguenza i vari libri e volumi sempre più difficili e incomprensibili, mi sono accorto che non stavo imparando il vero ma stavo assimilando risultati di studi altrui.
Scrivo questo articolo per discutere con voi, o meglio con i pazzi che riusciranno a seguirmi e qui vi sfido…, sull’interpretazione. Mi sono sempre chiesto: ma quanto è giusto conoscere l’interpretazione soggettiva di un altra persona; sarà effettivamente quella giusta o ce ne saranno altre mille, e di queste, quali sono quelle esatte? Chiaramente il problema non si pone, .no ad arrivare circa al ‘900, quando i pittori per campare erano costretti a ritrarre i visi orribili dei nobili o delle dame, con bestie arrampicate sulle spalle o scene eroiche del più sfigato e basso re, marchese, conte o mercante che fosse. Per non parlare, poi, degli inequivocabili affreschi sulle pareti delle nostre bellissime cattedrali.
Allora cosa è successo? Nel ‘900 il pittore non serve più, la società non ne ha più bisogno.Ormai c’è la “macchina fotografica”. Il ritratto ve lo fa lei, costa meno ed è più reale….e il pittore? oh lui si ritira nelle campagne francesi, ad inseguire il cammino dei girasoli e a ritrarli nel loro pro.lo migliore; ormai il pittore è solo, senza una lira e nella maggiore parte delle volte senza una donna o un amico, e quando c’è il suo dissidio interiore lo spinge a tagliarsi un orecchio…lui non ce la fa! Deve star solo, l’atelier è troppo buio, deve uscire,deve camminare nella natura deve riprendere da vicino la bellezza che lo circonda. Per secoli è rimasto in saloni oscuri, con davanti gente vestita di tessuti preziosi e ricami leziosi, che immobili, per ore lui ritraeva.
La sperimentazione è il suo cibo e i colori la sua anima…lui vede qualcosa di più degli altri in una foglia, in un ramo, in una pianta, deve riuscire ad esprimerlo sulla carta; non una ma dieci, cento, mille volte in momenti diversi; deve riuscire a portare quello che sente sulla tela. Così cento tele dello stesso albero, sotto la pioggia, nella neve, senza foglie,con le foglie, con il sole che sale, che scende, con la luna, senza luna…., con un po’ di luna….ma non ottiene mai quello che vuole, lui lo sa: il traguardo sarebbe la sua fine e la sua morte.
La tecnica tradizionale non gli basta più, non esprime…non è espressiva…ESPRESSIONISMO….ohh lui lo sente è ad un passo dal riuscirci.e allora esce dalla tradizione, esce dalla prospettiva, esce dai canoni della didattica, pennellate fugaci, irreali, colori forti e vivaci o tristi ed irrequieti che rispecchiano la sua anima… Immaginate di star leggendo un libro e ad un certo punto siete talmente travolti dalla storia che non sentite più niente intorno, rumori, odori solo silenzio, e vi sentite completamente concentrati nella lettura, negli occhi la scena del libro, siete dentro al libro in una seconda dimensione, trasportati dalla vostra immaginazione irreale, in quel momento più reale di qualsiasi altra cosa… Ecco: quando dipingo sento questo, poche volte ma quelle volte sei sicuro di aver raggiunto uno dei traguardi, e difficilmente sbagli perché sei in piena sintonia con i tuoi pensieri e con te stesso.Ogni tratto del pennello esprime una stringa di un tuo pensiero, è una traduzione in colori e forme, se scelgo una determinata sfumatura, un certo tratto, un incrocio di linee…non è casuale, probabilmente non è neanche consciamente voluto, anzi è il mio inconscio che usa le mie mani.
Ora a distanza di circa 4 anni da quando ho finito il Toschi (Liceo d’Arte di Parma) con una buona costanza ho continuato a disegnare, è subentrato il computer che se vogliamo sostituisce la matita nella progettazione ma…non sostituisce, per fortuna, la soggettività dell’artista.
ARTISTA secondo voi cosa vuol dire essere artisti? Bisogna sapere disegnare per essere artisti? Bisogna saper fare un ritratto? Saper usare un pennello? Conoscere le tecniche? Non sbagliarle? Fare disegni di cose reali che sembrano reali?….ehm secondo me tutto il contrario, io mi credo un artista perché cerco molti modi per descrivere me stesso, cercando di usare il meno possibile linguaggi comprensibili dalle altre persone. Un pittore che disegna una mela, come la vede la maggior parte delle persone, disegna una mela, che non è altro che una mela e allora perché disegnarla? Scattale una foto… Invece disegnare una mela come un quadrato spigoloso nero in uno spazio bianco…

può essere una nuova tecnica di disegno. Un critico potrebbe leggerci la personalità sconvolta di un pittore tragico, che vuole trasmettere allo spettatore il suo punto di vista sulla società moderna, potrebbe rappresentare la gioventù bruciata dalle droghe e ancordi più dalla noia, oppure sperimentazione, o più probabilmente un disegno buttato giù velocemente dal sottoscritto, da inserire in un articolo come questo…
Avete mai visto una scultura o un quadro astratto? Io ve ne propongo tre, per me i più significativi.

W. Kandinsky, “acquerello astratto”

M. Duchamp “La Fontana”

M. Duchamp “La ruota di bicicletta”.
Senza fare una lezione di storia dell’arte, probabilmente non ne sarei nemmeno capace, la domanda sorge spontanea…mah l’artista qui, cosa cavolo avrà voluto dire, non era meglioche andava per nespole? Se siete curiosi fatevi un giro su internet e cercatevi una spiegazione della critica su ognuna di queste opere…c’è da coricarsi dal ridere.
In un esame, mi è stato chiesto di spiegare la prima e l’ultima opera, ed io come un bravo ed educato pappagallo ho ripetuto il trafiletto del libro. Poi tra un annuizione e l’altra, del preparato assistente del professore, gli ho chiesto: -ma lei a guardare queste immagini non si sente un po’ preso per il culo da Duchamp o da Kandinsky? Non si sente un po’ schiacciato all’idea di convincersi che un piedistallo che sorregge una forcella, dovrebbe aprirle gli occhi verso una nuova dimensione? – Io sono più convinto che è la ruggine, nelle menti delle persone, che si sforzano con forza di trovare PER forza una soluzione a qualsiasi opera gli stia davanti, quasi a rimpiangere i così facili e intuitivi vecchi affreschi michelangioleschi.
Ultimo esempio:

L. Fontana “Confini”

S. B. “interpretazione dell’ignoto”
Concludendo, questi due disegni hanno entrambi la stessa potenzialità di esprimere delle emozioni, con la differenza che il primo essendo di un artista affermato è vittima di una profonda analisi soggettiva, che scava nel tentativo di leggere in ogni centimetro quadrato una storia che possa seppur difficilmente avere un senso logico. Il secondo, essendo mio ed essendo stato fatto stasera, non gode e non godrà mai di nessun tipo di commento che non vada oltre al consiglio di cambiare mestiere. La conclusione è che non avremo mai una visione reale di un manufatto artistico altrui, ma sicuramente qualsiasi sia il soggetto, la tecnica, la rappresentazione, per bella o brutta che sia, si scateneranno un serie di emozioni, e più saranno numerose e forti queste emozioni, più l’artista ne sarà soddisfatto.
Scritto da Simone Bettosi
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L’opera di Duchamp si intitola “Fontana” senza “La”.