Falsi amici (cenone di capodanno)

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Potevo essere uno di loro, un pezzo stabile del sistema.
Ho desiderato di avere uno stipendio alto e passare una vecchiaia serena.
Ho qualche problema al lavoro.
Se potessi avere degli incarichi, riuscirei a rialzare il mio prestigio.
Ormai sono al livello più basso, neppure un figurante.
Mi aspetto molto da un mio amico.
Ha un senso della morale che gli permette di vedere tutto come lecito e permesso.
Per lui vale il fine, non il mezzo.
Non ho nessun motivo di stupirmi.
Adesso posso finalmente dormire.
Mi auguro un sonno tranquillo a premio della giornata veloce e piena di emozioni che ho appena vissuto.
Quando mi sveglio sono appena passate le quattro.
Ho dormito poco e male.
Io e il sonno siamo vecchi nemici, e in una notte normale passo circa sei o sette ore girarmi e rigirarmi con solo una o due ore di vero sonno REM.
Ma stanotte ho avuto problemi anche solo a chiudere gli occhi.
Io non dormo molto, ma questa volta non mi é bastato.
Ho fatto un sogno che sembrava un film.
Ho lottato tutta la notte contro un’organizzazione di ricattatori come la Spetcre, l’eterno nemico nei film d James Bond.
I capi, chiunque siano, non li vedo.
Sommergono chi gli sta intorno di minacce mortali, con una voce alta dal tono maniacale, senza mostrare il volto.
Sogno una donna.
E’la contro protagonista femminile come Lotte Lenya nel film “Dalla Russia con amore”.
Abbastanza giovane da soffrire ancora di acne.
E’ veramente carina.
Pelle stupenda, naso sottile, labbra carnose, zigomi alti, occhi di un azzurro profondo, folti capelli neri.
Nel sogno sto parlando con Paolo.
“Mario, ti presento la mia fidanzata Nicoletta”
Lei mi porge la mano, con delle unghie da schianto. Ha una stretta forte e franca.
A questo punto, mi sono svegliato.
Ripenso a ciò che mi è successo in questi ultimi mesi.
Resistere ad Alessandro é una inutile perdita di tempo.
Quando gli pare, può insistere su una questione con la forza di un’onda che si abbatte sul flangiflutti, fino a quando non l’ha vinta. Non tace, non si stanca.
Tutti hanno delle pecularietà, questa è una delle sue.
E’ inutile cercare di dormire.
Allora, mi alzo.
Poi vado in sala da pranzo, accendo lo stereo mi metto ad ascoltare la musica.
Con la cuffia, ovviamente.
In fondo, è ancora notte fonda.
La mia terapia.
Di solito la musica mi assorbe completamente e mi aiuta a elaborare o a dimenticare le preoccupazioni.
Questa volta però il jazz mi sembra violento, rabbioso.
Passo a Brahms, più rilassante, ma non serve nemmeno quello.
Recepisco i pianissimo troppo forti e gli arpeggi mi sembrano passi pesanti su e giù per ripide scale.
Dopo un po’ mi alzo dal divano, con le mani in tasca.
Nel silenzio sento il rumore del mio stesso respiro, quando mi sfugge un grido incontrollato.
E se perdo anche questa occasione?
Entro in salotto.
Incredibile, Gabriele è già sveglio.
Mi fa segno di uscire.
Sta telefonando.
Me ne vado in bagno come un bravo ragazzo ubbidiente.
Mi da la possibilità di pensare a preparare la mia tattica per la nuova giornata lavorativa.
Gabry mi urla dietro: ““Mi presti la macchina?”
Non c’è rancore nella sua voce.
E’ una persona troppo bella per serbare rancore.
Se io sono un buon padre, Gabriele è un ottimo figlio.
“Sì” rispondo.
“Oggi non lavoro. Sono in vacanza, no?”
Esco.
Davanti all’edicola, incontro un condomino.
Parliamo delle spese condominiali.
Io sono il rappresentante della sua scala.
Mi invita, allora, a prendere un caffè.
Entriamo a casa sua.
La cucina è aperta.
Luminosa e profuma di rosmarino.
Sul davanzale c’è una piccola collezione di piante aromatiche.
La moglie mette davanti al figlio undicenne una tazza di latte e cacao e posa i nostri due caffè sul tavolo.
“La droga più diffusa a Ostia” dice. “Io personalmente ne bevo troppi. Almeno qualche volta dovrei cercare di berlo decaffeinato. Magari anche più di qualche volta…” Ride.
Il figlio scende dalla sua sedia e va di là a prendere un libro.
va a studiare.
Lui risponde al cellulare.
Mi trovo, così, solo con la moglie.
“E’ molto buono, Il caffè, intendo. Bella casa, complimenti”.
Ci scambiamo alcune battute banalissime con un po’ di imbarazzo. Mi trattengo dal parlare delle previsioni del tempo.
Siamo a disagio tutti e due.
Ritorna il marito.
Discutiamo un po’ sulle rate e sulle quote millesimali.
Poi vado via.
Passeggio sul lungomare.
Mi siedo su una panchina.
Vicino a me, due ragazzi.
Occhi che si cercano, sguardi prolungati, strette di mano che sono carezze, baci sulle guance con labbra troppo premute.
Mi sento di troppo.
Riprendo a camminare.
Mi dirigo al porto.
Intanto ho la mente intrappolata da pensieri confusi e incoerenti.
Ultimamente mi accorgo di avere gli occhi gonfi e rossi per la troppa consuetudine con lo schermo del PC, che uso sia al lavoro che a casa, agli angoli della bocca cominciano da tempo a farsi avanti rughe profondamente incise, il profilo della mascella non è sfuggito all’incipiente doppio mento.
I capelli, una volta neri, sono ormai bianchi e, per di più, in questo momento reclamano disperatamente un taglio. La mia non è una faccia che attira simpatia, eppure, al contempo, è una faccia che non nasconde nulla, una faccia di cui ci si può fidare.
Penso al mio ufficio.
C’è una litografia di Kandinsky sulla parete.
Tanti rettangoli verdi e neri, tutti di traverso.
All’improvviso mi compare davanti nonno Angelino.
E nonna Leonella.
Una donna puntualissima.
Sosteneva che chi arrivava abitualmente in ritardo non aveva rispetto per gli altri, o perlomeno per gli orologi.
Con i nonni spesso a Collevecchio andavo a trovare un loro amico, Brighella.
Aveva una fattoria ricoperta di edera, bella da morire.
Un lato della casa era fiancheggiato da un frutteto con gli alberi punteggiati dal giallo dei frutti.
Mi portavano anche da zia Loreda, una sorella di nonna.
Le oche, trotterellando, si gettavano nell’acqua di un piccolo stagno paludoso.
Altra visita.
Altra zia.
Navina.
Altra sorella di nonna.
Mi divertiva vederla dare da mangiare ai maiali.
Nonno aveva un caro amico, Giovanni.
Mi faceva sedere in alto, al posto di guida della trebbiatrice.
Insieme andavamo a Cicignano, frazione collevecchiana, ad acquistare uova e verdura da contadini locali.
In queste occasioni non dimenticavo di fare visita ai vitelli, che erano i miei animali preferiti, o di salire sulle balle di fieno ammucchiate dentro i granai.
Ricordo i nonni ascoltare coloriti monologhi su gioie e dolori della vita bucolica. Ricordi, tesori infantili ormai persi.
Guardo l’orologio.
Si avvicinano nubi temporalesche.
Ok, è ora di tornare a casa.
Non ho motivo per rimpiangere la mia decisione.
Sono felice di essere sfuggito dall’atmosfera sempre più dolorosa dei ricordi.
Ah, dimenticavo.
Io ho trascorso, benissimo, il capodanno al Teatro Manfredi di Ostia, gestito da mie carissimi amici.
Curioso come sono, ho però manifestato la mia sorpresa e anche un pizzico di rammarico per non essere stato invitato, come era accaduto nelle precedenti occasioni, ad una festa organizzata da amici (si possono poi continuare a definire tali persone che non ti fanno gli auguri di compleanno e di Natale? bah…) che si è svolta a capodanno in quel di Casalpalocco.
Ma io, testardo e un po’ curioso, vorrei, lo ripeto, capire le ragioni di questo mancato invito ad una festa con una compagnia di persone alle quali, negli anni precedenti, avevo dedicato molta amicizia.
Parto premettendo che ognuno é giustamente libero di invitare ad una propria festa chi vuole e di non invitare chi non vuole e quindi non contesto la loro scelta di non invitarmi.Vorrei solo sapere quali sono stati i motivi che li hanno indotti a non invitarmi.
E fate attenzione perché il problema non è goliardico, come può sembrare a prima vista… ma etico.
Un’amicizia che può finire, non è mai stata una vera amicizia.
Penso di aver sempre attribuito al destino un valore positivo.
Ritengo che tutto sia arbitrario.
Ci sono cose di fronte alle quali si è impotenti.
Che grandi interessi stiano dietro al rendere l’esistenza di gente sfortunata ancora più dura di quanto non sia.
Non sono un ministro, un guru accademico o qualche dirigente con un posto nel comitato di elaborazione delle linee operative di qualche importante ente, ma solo un uomo normale.
Cosa posso fare io?
Questo: compro il giornale e rientro a casa, accarezzato dalla brezza marina.
A kiss and a big hug.

Scritto da Mario Pulimanti

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