E’ più difficile guarire la malattia o l’ammalato?

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Suona un po’ particolare come domanda, lo so, eppure è strana quanto doveroso farsela. Probabilmente sono io che non avendo ancora una padronanza perlomeno decente della lingua italiana scritta, non riesco a esprimermi come vorrei, quindi datemi la possibilità di rimediare spiegandomi meglio.

Mi è capitato di dare consigli e direttive dietetiche macrobiotiche a persone che stavano male, i motivi erano diversi: curiosità, sfiducia nella medicina ufficiale, voglia di provare esperienze nuove, ecc…

Alcune sono guarite seguendole, altre no.

Perchè?

Ho letto/studiato parecchi libri di macrobiotica. Ma questo conta relativamente poco, perchè mi sono accorto (in realtà lo sapevo già, ma in questo periodo mi sembra ancora più palese) che nella guarigione di una qualsiasi malattia ciò che conta di più è la presa di coscienza dell’ammalato. Ok, mi spiego meglio.
Vedete, quando si danno delle direttive macrobiotiche standard si va più o meno sul sicuro, quello è il modo più facile per migliorare le condizioni psico-fisiche della maggior parte degli ammalati. Per il semplice motivo che i consigli dietetici che vengono dati si riferiscono a cibi di gran lunga molto più salutari di quelli che una persona mangia abitualmente al giorno d’oggi. Le condizioni migliorano inevitabilmente. Sicuramente con più lentezza, perchè sono direttive generali e non specifiche per quella o l’altra persona. Ovviamente ci sono specifici alimenti per qualsiasi malattia, come il daikon per malattie polmonari, il miso per riattivare l’intestino, l’umeboshi per le ulcere gastriche, gli azuki per i reni, ecc….

Tutto questo però è molto poco importante se il malato non si rende conto che è stato lui stesso a provocare la propria malattia. Già, è così, so che può sembrare una sciocchezza ma è la verità, non sempre facile da accettare. Toglietevi dalla testa che la malattia sia dettata dalla sfortuna, dal destino, da un fattore genetico ereditato da genitori o nonni e di cui noi siamo costretti a pagare i loro errori. E’ bensì tutt’altro. Siamo noi stessi, sia la nostra malattia che la nostra cura. La malattia va vista come una punizione, ma a fin di bene. E’ un po’ come quando i nostri genitori ci sgridano o ci danno uno schiaffo per rimproverarci di non fare più una cosa che può mettere in pericolo la nostra vita, sicuramente vi è capitato. Dio (di cui io ho una visione molto orientale) usa la malattia, è il suo rimprovero, il suo schiaffo. Certe volte può essere leggero, altre volte pesante come un macigno. La malattia ci avverte che stiamo sbagliando, che non stiamo andando nella giusta direzione, che il nostro giudizio non è conferme a natura. In Oriente la malattia è vista come una serie di sbagli, che prolungandosi nel tempo arriva a questa inevitabile conclusione. Ecco la causa ultima di qualsiasi malattia, noi stessi. Senza la malattia o il dolore o la sofferenza, potremmo morire da un giorno all’altro, anzi da un minuto all’altro, senza accorgercene, senza poter fare niente. Ecco perchè in realtà la malattia è un dono, un importante insegnamento, un segnale e in modo ancora più preciso un avvertimento. Lo schiaffo ricevuto dai nostri genitori va assimilato e compreso, perchè ci viene dato per il nostro bene, per farci capire la natura delle cose.

Ora vi è sicuramente più facile capire l’importanza che ha l’ammalato nella cura della sua malattia, e il perchè il maestro George Ohsawa ha affermato in uno dei suoi libri che la guarigione deve essere prima di tutto filosofica ed educativa, piuttosto che fisica e sintomatica. Una persona avvicinandosi alla macrobiotica deve essere pronta a rimettere in discussione tutto ciò che sa e che ha imparato, a fare ammenda dei propri sbagli, ad affrontarli e superarli. Deve porsi sapendo che non sarà facile, nonostante alcuni la pensino così. Ma è proprio la difficoltà che permette di arrivare a risultati miracolosi, che di miracolo non hanno un bel niente, come la sparizione di un cancro, di un tumore, di un allergia che durava da anni, ecc…. Deve capire che è stato lui stesso a provocarsi il suo dolore, la sua sofferenza, la sua piaga.

Questo è il motivo per cui molti non guariscono, si arrendono alle prime difficoltà. Sono arroganti, perchè dopo aver passato anni a sbagliare e a mangiare ciò che più gli dava piacere, ora vorrebbero guarire in 5 minuti, quando la natura invece si regola con tempi ben precisi e soprattutto pretende rispetto e umiltà.
Chi da direttive dietetiche macrobiotiche è come una bussola, indica soltanto la strada da seguire, la più corretta, la più giusta, quella più conforme a natura e la più breve per arrivare ad una guarigione che si possa ritenere totale e non palliativa. Ma non la più facile. E’ il malato che poi deve decidere se seguirla o meno, è la sua libertà e capacità decisionale, il suo giudizio più o meno velato dal cibo che ha mangiato che gli consiglieranno cosa scegliere.

Non esiste malattia che non si possa guarire, per il semplice motivo che siamo noi stessi a produrla, perciò siamo anche noi stessi ad avere la capacità di eliminarla completamente.
Per questo motivo tutte le volte che mi vengono chiesti dei consigli macrobiotici la mia prima domanda è: “Sei pronto ad eliminare tutto ciò che ha causato la tua malattia?”
E quando la risposta, nella maggior parte dei casi, è no (sia a livello strettamente verbale che con i fatti) allora è inutile aiutarlo una seconda volta. Da quel momento in poi dovrà capire da solo l’insegnamento che gli sta imponendo la Natura, anche a costo di morire.

E quando questo capita non posso fare a meno di pensare ad un’altra frase scritta sempre dal maestro George Ohsawa: “E’ molto facile curare qualsiasi malattia, è invece incredibilmente difficile guarire l’ammalato”.

Scritto da Elsa

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