Cantastorie. E pure cinico.

Editoriale

Mi sveglio di soprassalto. Ieri abbiamo festeggiato San Bernardino a Collevecchio. Io sono stato il “festarolo”. Ho dormito solo poche ore e tremo dalla spossatezza. La testa mi si spacca, il cuore pulsa nelle orecchie, ho la bocca asciutta, impastata di saliva dolciastra. Chiudo gli occhi, ma il mal di testa è tremendo. Mi alzo e mi trascino in bagno. Tiro lo sciacquone. Entro in cucina. Simonetta è seduta a tavola, legge il giornale. Mi vede e ride. “Vuoi bere un caffé”. Annuisco. Si alza e accende il bollitore. Mi siedo e lei mi porta una tazza di caffè fortissimo e dolcissimo. “Grazie”. Bevendo il caffè, mi sveglio di più. Mi avvicino alla finestra; una vespa ci si scaglia contro, schizzando il veleno sul vetro nell’affannoso tentativo di uscire. Sollevo il telaio, sventolo la mano per mandarla fuori e mi siedo sul davanzale a guardare in strada. Un gruppo di rumeni sta attraversando Corso duca di Genova. Quelli dell’est Europa hanno invaso Ostia. Penso ai tizi con l’aria da zingari che trovi di notte a ciondolare intorno ai negozi di roba usata, che rovistano nei sacchi della spazzatura e rubano i vestiti. Che grugno rabbioso ha questa gente. Quando giri in macchina sono quelli che rompono di più, sempre a strombazzare il clacson e a guardarti incarogniti. Squilla il cellulare. Le mani mi volano sulla tastiera. Sento le parole di Stefano. “Perché non venite anche tu e Simonetta a pranzare con noi?” E’ generoso e spiritoso e con lui si sta bene: è un buon fratello. Ok. Qualche minuto dopo, stiamo in macchina. Mangiamo in un ottimo ristorante. Dal tavolo guardo il Monte Testaccio. Il locale è affollato, pieno di gente che beve birra e mangia insalate di rucola e parmigiano. Mi incuriosisce questa zona del Testaccio: con la sua presunta aria bohémienne, è troppo bislacca per essere creativa e radicale, e in più ha delle sacche di povertà disseminate qua e là, resti del vecchio quartiere popolare. Qui sono nato. Qui abitano ancora Stefano e Antonella. Nostra sorella. Inoltre ci abitano pochi creativi superstiti: sceneggiatori, agenti teatrali, attori. E’ pure il ventre molle della borghesia romana: antiquari, ciarlatani, imprenditori. Preferisco la Garbatella, dove mamma vive in un appartamento luminoso. Lì è tutto intatto. E’ una sensazione bella uscire di casa e scambiare cenni di saluto con le persone, che mi credono ancora uno di loro, anche se abito a Ostia da 25 anni. Gente che risponde agli sguardi e ai sorrisi. Che si fanno vicendevolmente da parte sul marciapiede. I ricchi dei Parioli possiedono Ferrari e Jaguar; quelli della Garbatella possiedono il mondo. Dopo aver passato la giornata a Roma, in tarda serata torniamo a Ostia. Seduto in veranda, sento i canti serali degli uccelli nascosti tra gli alberi. L’aria tiepida risuona dei loro canti. Sono le nove di sera. E’ una magnifica serata di fine maggio, e la giornata è stata bella. Bevo un sorso di birra. Rifletto: ho cambiato punto di vista sulle cose. Ero fortunato. Il lavoro mi dava stimoli. Ora non più. Credevo nella giustizia. Ora non più. Credevo negli ideali. Ora non più. Avevo un sacco di carne al fuoco. Si è bruciata. Ero coinvolto in progetti interessanti. Sono svaniti nel nulla. Mi piaceva il calcio. Ora non più. Il cibo mi ha fatto venire la nausea. Sospiro con aria dolente. Pensare mi manda in paranoia. Scuoto la testa. Mi trovo insopportabile, e perdo il controllo: “Mario, sei solo un cinico cantastorie” sibilo, tanto forte da farmi sentire. Gabriele rimane senza fiato. Il mio auto-insulto è sbalorditivo. “Che dici, papà?”. Se ne va via disgustato, rivolgendomi un ghigno insolente. Ho le mani fredde. Fisso la luna. Finisco la birra. Schiocco le dita colto da un’illuminazione. Domani vado al mare. Mi pare una bella cosa. Lo è. Mi stringo le mani. Rientro a casa. Auguro buona notte a Alessandro. Gabriele mi guarda e fa dei gesti goliardici con le mani. Simonetta mi tiene gli occhi addosso. Non ricambio il suo sguardo. Faccio una doccia; il bagno è piccolo e pulito. L’acqua è calda, il sapone ha un ottimo profumo. Rimango sotto il getto e mi levo la puzza di sudore e rabbia dalla pelle. Prendo la schiuma da barba. Mi rado con vari movimenti verso il basso. Mi guardo allo specchio. Indugio ad ascoltare le voci in salotto, all’altro lato della casa. Entro in camera. Mi sdraio sul letto. Incrocio le braccia e fisso il soffitto. E poi mi addormento.

Scritto da Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma)

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